IL MISTERO DELLA REINCARNAZIONE

virTalvolta la divulgazione di libri che trattano della reincarnazione hanno portato ad atti sconsiderati da parte di alcune persone che influenzate dalla possibilità di “tornare a vivere” in una nuova vita, hanno voluto provare.
E’ il caso di quel tale RICHARD SWINK, un ragazzo di appena 19 anni che faceva il rivenditore di giornali; era l’anno 1956, il fatto avvenne in Oklahoma, Richard che avendo letto – appunto – una pubblicazione sulla reincarnazione si sparò un colpo di pistola e ci rimise la pelle. Il giovane lasciò una lettera nella quale spiegava il suo gesto: voleva provare di persona se quanto asserito in quelle teorie rispondesse a verità.
Il libro che l’aveva spinto a quell’insana decisione è un libro di un ipnotizzatore di nome Morey Bernstein, nel quale da scrittore dilettante qual era aveva descritto tra l’altro di un suo esperimento con un soggetto che, messo sotto ipnosi, era stato riportato in un tempo precedente a quello della sua attuale vita facendo regredire la sua mente negli anni.
Chiaramente il Bernstein non era uno studioso della materia né uno scienziato ma un artista – possiamo dire –  da palcoscenico. Pure si era convinto, nonostante che con le sue domande poste al soggetto in stato di sonnambulismo tentasse ad ogni modo di condurre lo stesso a dichiarazioni che potevano apparire come relative a fatti avvenuti in una esistenza precedente – si era convinto, dicevamo, che la reincarnazione esiste davvero, con assoluta sicurezza (ciò che non viene mai affermato dagli studiosi che con coscienza studiano il fenomeno).
Ma allora non si volle dare la colpa al Bernstein, perché anche se il ragazzo avesse letto un altro trattato qualsiasi sul fenomeno, di tanti che ne erano in circolazione, avrebbe potuto commettere ugualmente il gesto che lo ha portato alla morte; tanto instabile probabilmente era la sua mente.
Per la cronaca il soggetto sotto ipnosi regressiva nel libro, era una donna di casa, americana, di nome Ruth Simmons; in realtà il suo vero nome era Virginia Tighe, e quello fittizio fu usato dal signor Bernstein quando scrisse il libro che riportava i suoi esperimenti).

VIRGINIA TIGHE, Si era nell’anno 1952 quando l’ipnotizzatore dilettante volle tentare un esperimento con una giovane donna di 29 anni, Virginia Tighe, appunto.
L’ha fatta regredire fino alla sua infanzia; poi ha continuato, riportandola ancora più indietro nel tempo fino a farla scivolare in una esistenza precedente. La ragazza ha cominciato a parlare con la voce di una bambina, con un accento irlandese, e ha fatto dichiarazioni strabilianti.
Le dichiarazioni sono state raccolte in più sedute ipnotiche.
Narrava che – “era stata Bridey Murphy, e faceva la ragioniera, era nativa dell’Irlanda, ed era figlia di gente che coltivava la terra; la sua vita si era svolta nel secolo precedente“. Dette anche una data precisa: era nata in un paesino vicino a Cork, in Irlanda, appunto nell’anno 1798; e indicò il giorno: 20 dicembre.

La Tighe non era mai stata in Irlanda, e non conosceva affatto quella nazione. Pure narrò nei dettagli come era vissuta, quali erano le sue mansioni all’interno della famiglia e dette notizie relative alla sua casa ai suoi cari, alla campagna dove aveva vissuto.
Si fecero ricerche accurate, successivamente, e i fatti raccontati corrispondevano, anche se non completamente, a quelli reali.

Il caso della Murphy e di Bernstein fu esaminato con cura da molti studiosi di reincarnazione; molti punti non potevano essere catalogati come frutto di fantasia invenzioni o coincidenze. Anche perché venivano fuori altri elementi che avvaloravano la tesi della veridicità del fenomeno.

Per tornare al Ian Stevenson c’è da dire che molti sono stati nel mondo i suoi detrattori, moltissimi hanno messo in dubbio i suoi metodi e conseguentemente i suoi risultati; ma di più quelli che hanno dichiarato il suo lavoro svolto con coscienza e metodi il più scientifico che si potesse applicare al fenomeno.
Ricordiamo alcuni elementi basilari della sua ricerca:

a) il fenomeno si manifesta in bambini che fanno di queste dichiarazioni quando sono in età dai due ai quattro anni.
b) essi smettono poco alla volta di raccontare e dimenticano alla età intorno ai sette anni.
c) nelle dichiarazioni nella maggior parte dei casi il bambino narra di essere morto per morte violenta o almeno non naturale.
d) ricordano perfettamente e raccontano il momento della morte con particolari che il più delle volte ai controlli risultano esatti.

Ricordiamo inoltre che il professore ha sempre parlato di possibilità di reincarnazione e questo perché non c’è possibilità di dimostrare che alla morte di un soggetto la sua anima torni ad occupare un nuovo corpo. Mancano la prove fisiche.

Vogliamo riportare anche una credenza o convinzione di alcuni studiosi orientali – ma ci limitiamo per ora solo a farvi conoscere questa nozione – esseri umani che muoiono e debbono ancora perfezionarsi, ritornano sotto nuove spoglie. Ma non sempre dentro corpi di persone umane; a seconda del loro comportamento più o meno buono, o più o meno cattivo tenuto nella vita che vanno a lasciare o hanno lasciato, possono prendere la forma di animali, e talvolta in specie meno evolute o addirittura in specie inferiori.
E’ la cosiddetta metempsicosi.

Abbiamo detto che l’unica prova obiettiva della reincarnazione avviene solo grazie alle dichiarazioni di soggetti sottoposti a ipnosi regressiva. Oppure alle dichiarazioni spontanee di soggetti che senza alcun impulso esterno cominciano a raccontare di esistenze precedenti.
Molti detrattori affermano che queste dichiarazioni possono spiegarsi solo con la possessione o con l’influenza spiritica.
Ma tutt’e due le teorie concordano su un solo unico fatto: ambedue riportano ad una ipotesi molto veritiera sulla esistenza di una nuova vita dopo la morte.

Una psichiatra che ha fatto della regressione ipnotica lo scopo delle sue ricerche, e di conseguenza si è trovata a studiare anche le forme della morte, le conseguenze della stessa e le possibilità di un ritorno in altra vita, è una dottoressa di origine svizzera, ma americana, morta alcuni anni or sono.
Si tratta di  Elisabeth Kubler-Ross

Elisabeth Kubler-Ross 1926-2004

Nata a Zurigo, si è trasferita in USA nel 1958 col marito; qui ha svolto la sua ttività presso l’Università della Virginia, dopo aver esercitato la sua professione di psichiatra in moltissimi ospedali. Ha al suo attivo una ventina di pubblicazioni scientifiche, la gran parte delle quali proprio sulla morte.
In un libro ha fatto interviste a persone in punto di morte (Interviste con i moribondi, New York, 2001: intervistò circa 200 malati in stato terminale) oltre che ricerche approfondite “Sulla morte e l’Aldilà” (2002); e tanti studi eseguiti su bambini, proprio per verificare ipotesi di ritorno alla nuova vita. Purtroppo ha dovuto troncare le sue ricerche perché nel 1995 ha subito in ictus cerebrale che l’ha costretta su una sedia a rotelle.
Alla fine dei suoi lunghi studi e delle sue innumerevoli accurate ricerche, intervistata sull’argomento, ha concluso così:

Oggi, sono certa che esista una vita dopo la morte.
E che la nostra morte fisica,
è solamente l’abbandono di questo corpo materiale
che per noi è solo un involucro temporaneo.
L’anima però, ne sono più che convinta,
continua a vivere su un piano diverso
.”

In seguito alle interviste con le persone in punto di morte, su cosa pensassero ci stesse dopo, se credevano in un aldilà, se avessero avuto sensazioni particolari sulla possibilità di una nuova vita, ecc,) poté mettere a punto cinque fasi sulla morte, che riportiamo brevemente.

a) il paziente non vuole (prima) ammettere la sua malattia; (poi) non vuole ammettere, pure se è stato convinto di essere malato, la gravità della stessa; quindi allontana dalle sue convinzioni che dovrà morire.

b) il paziente prova una certa invidia per quelli che gli sono intorno, e sono sani.

Per questa sua e loro situazione egli si arrabbia molto. E allora sente fino in fondo la sua sofferenza. Subentra il terrore di essere dimenticato dopo morto mentre la vita dei sani continua tra feste e cose allegre.

c) spera che i medici siano in grado di allontanare il dolore e con esso la fine imminente; o quanto meno vuole assumere con convinzione (e spera anche nel contributo di chi gli sta intorno costantemente, parenti infermieri medici) che i medici ritardino il più possibile la sua dipartita.

d) alla fine però la rabbia e la disperazione, ma non ancora la rassegnazione, la fanno da padrone. E subentra una depressione che si fa sempre più pesante.

e) e ai rifiuti sopra descritti subentra definitivamente la stanchezza. E una sorte di accettazione del male e della fine imminente. Agogna il sonno, che lo estranei da tutto e da tutti, non vuole né vedere né sentire i parenti che lo circondano, e parlano e aspettano, senza sperare. Più facile è questo momento per le persone anziane, perché alla fine pensano che almeno ci saranno i figli a continuare per lui; più difficile e talvolta inaccettabile invece per i giovani.

Marcello de Santis

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